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La copertina di Whats Appennin 2027 nasce a Covigliaio, nel comune di Firenzuola, in un contesto appenninico intimo e silenzioso, dove anche un piccolo incontro può diventare protagonista. Il soggetto è un Cardellino, fotografato mentre si posa tra i rami di un abete, immerso in una vegetazione morbida e luminosa.
La composizione gioca sulla delicatezza: il Cardellino è piccolo nell’inquadratura, ma perfettamente riconoscibile grazie ai suoi colori caratteristici, con il rosso acceso del volto, il bianco e nero della testa e le tonalità calde del petto. Attorno a lui, il verde dell’abete e le sfocature dorate creano una cornice naturale, quasi sospesa, che accompagna lo sguardo senza rubare attenzione al soggetto.
Lo scatto è stato realizzato nel mese di Gennaio, ma l’immagine conserva una luminosità sorprendentemente viva, lontana dall’idea più rigida e severa dell’inverno. Qui la stagione fredda si racconta con discrezione: non attraverso neve o gelo, ma attraverso la presenza fragile e resistente della fauna selvatica, capace di abitare l’Appennino anche nei mesi più silenziosi.
L’uso del teleobiettivo permette di isolare il cardellino dal contesto, comprimendo i piani e trasformando rami, aghi e luce in una trama morbida. Il risultato è una fotografia naturale, elegante e poetica, scelta come apertura del calendario perché rappresenta bene lo spirito di Whats Appennin 2027: uno sguardo attento sui dettagli dell’Appennino, sulle sue piccole presenze e sulle meraviglie che spesso si mostrano solo a chi sa aspettare.
Luogo: Covigliaio, Firenzuola
Soggetto: Cardellino
Ambiente: Abete, vegetazione appenninica
Periodo: Gennaio
Attrezzatura: Nikon Z8 con Tamron 150-600mm
Lo scatto di gennaio racconta Castel dell’Alpi, nel comune di San Benedetto Val di Sambro, in uno dei suoi volti più rari e suggestivi: il paese immerso nella neve, affacciato sul lago ghiacciato dopo una tempesta invernale.
La scena è dominata dal bianco compatto della neve, che copre le rive, i tetti, gli alberi e la superficie gelata del lago. Il paesaggio appare sospeso, quasi trattenuto in un silenzio assoluto. Dopo la violenza della bufera, tutto sembra essersi fermato: il lago non riflette, non si muove, non respira. È diventato una grande lastra chiara, una pianura immobile nel cuore dell’Appennino.
Al centro dell’immagine, il ponte attraversa la scena con una linea orizzontale forte e riconoscibile, collegando le due sponde e dando profondità alla composizione. Sullo sfondo, le case del paese e il campanile emergono tra gli alberi innevati, mentre sulla destra gli edifici colorati aggiungono una nota calda dentro un paesaggio dominato dal gelo. Il cielo azzurro, pulito e luminoso, crea un contrasto netto con il bianco della neve e restituisce quella particolare luce che spesso arriva dopo una grande perturbazione: fredda, limpida, quasi tagliente.
Luogo: Castel dell’Alpi, San Benedetto Val di Sambro
Soggetto: Lago ghiacciato e borgo innevato
Evento atmosferico: Dopo una tempesta di neve
Mese rappresentato: Gennaio
Atmosfera: Inverno appenninico, neve, ghiaccio, cielo terso dopo la bufera
Lo scatto di febbraio è stato realizzato a Bibulano, frazione di Loiano, affacciata sulla Valle del Savena. L’immagine racconta un angolo di Appennino fatto di memoria, pietra e luce: in primo piano compare un rudere interamente costruito in sasso, ormai parzialmente riconquistato dalla vegetazione, mentre al suo interno cresce un albero dai toni caldi, probabilmente una quercia o un carpino.
La composizione mette in dialogo due presenze diverse ma profondamente legate: la costruzione umana, rimasta come traccia del passato, e la natura, che lentamente la attraversa e la riabita. Il muro in pietra conserva ancora la sua struttura, ma non domina più il paesaggio: sembra piuttosto esserne diventato parte, una piccola architettura silenziosa dentro il grande respiro della valle.
Sullo sfondo, la Valle del Savena si apre in una successione morbida di campi, boschi, case sparse e leggere ondulazioni. La luce radente crea un’atmosfera velata, quasi sospesa, ammorbidendo i contorni e trasformando il paesaggio in una scena delicata, fatta di profondità e sfumature. Il sole laterale illumina l’albero e il prato in primo piano, mentre la distanza si perde in una nebbiolina luminosa che dona all’immagine un carattere pittorico.
La pietra custodisce il tempo passato, l’albero suggerisce continuità, la valle sullo sfondo apre lo sguardo verso l’Appennino abitato, coltivato e vissuto.
Realizzata con Nikon D850 e obiettivo Tamron 70-300mm, l’immagine sfrutta la focale lunga per comprimere i piani e avvicinare visivamente il rudere alla valle retrostante. Il risultato è una scena intima ma ampia, dove ogni elemento contribuisce a raccontare un paesaggio appenninico autentico, fatto non solo di natura, ma anche di tracce, storie e silenzi.
Luogo: Bibulano, frazione di Loiano
Paesaggio: Valle del Savena
Soggetto principale: Rudere interamente in sasso
Elemento naturale: Albero probabilmente quercia o carpino
Mese rappresentato: Febbraio
Attrezzatura: Nikon D850 con Tamron 70-300mm
Atmosfera: Luce radente, paesaggio velato, memoria rurale appenninica
Lo scatto di marzo è stato realizzato a Traversa, nel comune di Firenzuola, in provincia di Firenze, e racconta un momento spontaneo della vita selvatica appenninica: un giovane capriolo maschio che insegue una femmina in un prato aperto.
La scena mostra con chiarezza un comportamento legato ai cicli naturali della specie: il maschio tenta un approccio amoroso, ancora un po’ inesperto e decisamente goffo, mentre la femmina sembra avere idee molto più chiare sulla direzione da prendere. Ne nasce una corsa leggera, quasi teatrale, dove la natura mette in scena una piccola commedia di primavera: lui slanciato e speranzoso, lei rapidissima, elegante e poco incline a farsi convincere.
Il movimento è il vero protagonista dell’immagine. La femmina, sulla sinistra, è colta in pieno salto, con il corpo allungato e sospeso sull’erba; il giovane maschio la segue da vicino, con una postura più raccolta e un’energia quasi impacciata. L’inseguimento attraversa la fotografia in orizzontale, trasformando il prato in un palcoscenico naturale dove istinto, stagione e comportamento animale si incontrano senza artifici.
L’immagine è stata scelta per Marzo perché racconta perfettamente il risveglio dell’Appennino: l’erba torna verde, gli animali si muovono con maggiore frequenza negli spazi aperti e la vita riprende il proprio ritmo. Non c’è nulla di costruito o addomesticato: è un frammento autentico di natura, osservato da lontano e restituito con rispetto.
Realizzata con Nikon D850 e obiettivo Nikkor 600mm f/4 G, la fotografia sfrutta la lunga focale per mantenere una distanza adeguata dagli animali, senza interferire con il loro comportamento. Il teleobiettivo consente di isolare la scena e portare lo spettatore vicino all’azione, conservando però quella distanza etica necessaria quando si fotografa fauna selvatica.
Luogo: Traversa, Firenzuola, Firenze
Soggetto: Capriolo maschio giovane che insegue una femmina
Comportamento osservato: Tentativo di accoppiamento, con inseguimento nel prato
Ambiente: Prato appenninico
Mese rappresentato: Marzo
Attrezzatura: Nikon D850 con Nikkor 600mm f/4 G
Atmosfera: Risveglio primaverile, comportamento naturale, fauna selvatica appenninica
Lo scatto di aprile è stato realizzato a Loiano, nella zona del Poggiolone, nelle prime ore del mattino, al sorgere del sole. La protagonista è una cinciarella, piccola e vivacissima presenza dei boschi e dei giardini appenninici, fotografata mentre si posa tra i rami con un atteggiamento attento, frontale, quasi interrogativo.
L’immagine racconta un incontro ravvicinato, ma rispettoso. La cinciarella sembra osservarmi direttamente, probabilmente incuriosita da quella strana creatura appostata e mimetizzata: un “cespuglio” insolitamente immobile, dotato però di un grosso cannocchiale nero. In altre parole, me con il teleobiettivo. La scena conserva così un tono leggero e spontaneo, senza perdere il rispetto per il comportamento naturale dell’animale.
Il piumaggio appare ancora molto folto, con quella morbidezza tipica della stagione fredda non del tutto conclusa. Siamo in Aprile, ma l’Appennino sa prendersi il suo tempo: la primavera è arrivata, la luce è più calda, ma gli animali portano ancora addosso una piccola memoria dell’inverno. Il petto giallo acceso, il capo azzurro e bianco e la sottile mascherina scura rendono la cinciarella immediatamente riconoscibile e donano allo scatto una nota di colore vivace, quasi una pennellata in mezzo ai toni caldi del mattino.
La composizione è intima e pulita. Il ramo su cui posa l’uccello attraversa l’immagine come una linea naturale, mentre lo sfondo morbido, dorato e sfocato isola il soggetto senza distrazioni. La luce del sole nascente accarezza la scena e crea un’atmosfera delicata, sospesa, dove anche un piccolo volatile diventa protagonista assoluto.
Realizzata con Nikon D850 e obiettivo Tamron 150-600mm, la fotografia sfrutta la lunga focale per mantenere distanza dal soggetto e osservare senza disturbare. Il teleobiettivo permette di cogliere lo sguardo curioso della cinciarella, la struttura del piumaggio e la naturale eleganza del momento, trasformando una breve apparizione mattutina in un ritratto vivo e personale.
Luogo: Loiano, zona Poggiolone
Soggetto: Cinciarella
Periodo: Aprile, mattino
Luce: Sorgere del sole
Caratteristica osservata: Piumaggio ancora folto, residuo della stagione invernale
Attrezzatura: Nikon D850 con Tamron 150-600mm
Atmosfera: Curiosità, luce dorata, incontro ravvicinato con la fauna appenninica
Lo scatto di maggio entra nel mondo invisibile dei dettagli più piccoli dell’Appennino. Il soggetto è una Veronica persica, conosciuta anche con il nome popolare di occhi della Madonna, un fiore minuscolo e molto diffuso nei prati, nei margini dei sentieri e negli ambienti erbosi appenninici.
Questa fotografia non mostra il fiore nel suo insieme, ma un dettaglio macro estremamente spinto del suo interno, concentrandosi sul polline e sulla struttura delicata dello stame. A occhio nudo, una Veronica persica può sembrare solo una piccola macchia azzurra o violacea nell’erba. Avvicinandosi così tanto, invece, il fiore rivela un paesaggio nascosto, fatto di curve, granuli, trasparenze e forme inattese.
L’immagine è stata realizzata con la tecnica del focus stacking, unendo 80 scatti con punti di messa a fuoco differenti. In macrofotografia, soprattutto a ingrandimenti così elevati, la profondità di campo è estremamente ridotta: solo una piccola porzione del soggetto risulta nitida in ogni singolo fotogramma. Il focus stacking permette quindi di costruire una nitidezza più estesa, mantenendo leggibile il dettaglio senza rinunciare alla morbidezza dello sfondo.
La composizione assume una forma quasi simbolica. Grazie all’angolazione di ripresa, lo stame e il polline disegnano una sagoma che ricorda un cigno, elegante e curvo, sospeso in un ambiente di colori profondi. Il viola e il blu del fiore diventano una scenografia astratta, mentre il polline, osservato da vicino, rivela una struttura sorprendente: piccoli granuli chiari, simili a micro chicchi di riso, raccolti sulla sommità dello stame.
Lo scatto è stato realizzato con Nikon D850, obiettivo macro Tamron SP 90mm, slitta micrometrica autocostruita e flash Godox V1. Una combinazione tecnica pensata per ottenere controllo, precisione e luce sufficiente su un soggetto piccolissimo, trasformando un fiore comune in una scena quasi onirica.
Soggetto: Veronica persica, detta anche occhi della Madonna
Dettaglio fotografato: Polline e struttura interna del fiore
Tecnica: Macro estrema in focus stacking
Numero di scatti: 80 immagini unite
Mese rappresentato: Maggio
Attrezzatura: Nikon D850 con Tamron SP 90mm Macro
Accessori: Slitta micrometrica autocostruita, flash Godox V1
Particolarità visiva: La composizione richiama la sagoma di un cigno
Dettaglio naturalistico: Il polline appare simile a piccoli chicchi di riso
Lo scatto di giugno è stato realizzato a Covigliaio, nel comune di Firenzuola, durante una giornata uggiosa. Il soggetto è un gheppio o un falco grillaio, fotografato mentre sosta sulla cima di un pino in atteggiamento vigile, nel pieno della sua attività di caccia.
La scena ha un carattere silenzioso e concentrato. Il falco è posato in alto, su un giovane ramo di pino, in una posizione che gli permette di osservare il territorio circostante. Il corpo allungato, lo sguardo attento e la postura pronta raccontano perfettamente la tensione della caccia: non c’è azione spettacolare, ma c’è attesa. È il momento prima del movimento, quello in cui l’animale studia il prato, il bosco, i piccoli spostamenti invisibili a chi guarda da lontano.
Il pino, con i suoi aghi verdi e verticali, crea una base naturale molto pulita, quasi grafica. Sullo sfondo, la giornata grigia e umida trasforma il paesaggio in una tavolozza morbida, senza contrasti violenti. Le rocce, la vegetazione e i toni bruni dello sfondo rimangono sfocati, lasciando al rapace tutto il peso visivo dell’immagine. La luce uggiosa, invece di spegnere la scena, la rende più intima: niente sole trionfale, niente cielo da cartolina, solo Appennino vero, con la sua aria sospesa e il suo respiro basso.
La fotografia è stata realizzata con Nikon Z8 e obiettivo Tamron 150-600mm, una combinazione adatta alla fotografia naturalistica perché consente di mantenere una distanza rispettosa dal soggetto, senza interferire con il suo comportamento. Il teleobiettivo avvicina la scena allo spettatore e isola il rapace dal contesto, valorizzando piumaggio, postura e ambiente.
Luogo: Covigliaio, Firenzuola
Soggetto: Piccolo falco, probabilmente gheppio o falco grillaio
Comportamento osservato: In caccia, posato in osservazione
Ambiente: Pino, margine boschivo appenninico
Mese rappresentato: Giugno
Condizioni meteo: Giornata uggiosa
Attrezzatura: Nikon Z8 con Tamron 150-600mm
Atmosfera: Attesa, caccia, silenzio, fauna selvatica appenninica
Lo scatto di luglio ha come protagonista un cardellino, uno degli uccelli più riconoscibili e colorati della fauna appenninica. È fotografato tra i rami, posato con leggerezza su una pianta indicata come Ruprechtia, immerso in una vegetazione estiva morbida e luminosa.
La composizione è costruita come un piccolo ritratto naturale. Il cardellino emerge tra foglie, rami e zone d’ombra con il suo piumaggio inconfondibile: il rosso acceso del volto, il bianco e nero della testa, il giallo sulle ali e le tonalità calde del petto. Nonostante la ricchezza dello sfondo, lo sguardo viene subito attirato dal soggetto, isolato dalla profondità di campo ridotta e dalla luce che ne illumina il corpo.
L’immagine racconta bene il mese di luglio, quando l’Appennino è pieno, fitto, verde, quasi sonoro. La vegetazione non è più promessa di primavera, ma presenza abbondante: foglie, rami e riflessi creano un ambiente vivo, dentro il quale il cardellino appare come una piccola nota di colore. C’è qualcosa di intimo nello scatto: non un paesaggio ampio, non una scena spettacolare, ma un incontro ravvicinato con una presenza minuscola e preziosa.
Il cardellino sembra fermo in un momento di pausa, raccolto tra i rami come se stesse scegliendo se restare, cantare o ripartire. La fotografia conserva questa sospensione: un istante breve, silenzioso, in cui la natura non si mette in posa ma si lascia intravedere.
Lo scatto è stato realizzato con Nikon Z8 e obiettivo Nikkor 600mm f/4 G, una combinazione pensata per la fotografia naturalistica di precisione. La lunga focale permette di mantenere una distanza rispettosa dal soggetto e allo stesso tempo di avvicinarlo visivamente, isolandolo dal contesto senza cancellare l’ambiente in cui vive.
Soggetto: Cardellino
Ambiente: Vegetazione estiva, rami e foglie
Pianta: Ruprechtia, da confermare
Mese rappresentato: Luglio
Attrezzatura: Nikon Z8 con Nikkor 600mm f/4 G
Atmosfera: Estate appenninica, luce filtrata, ritratto naturale
Lo scatto di agosto racconta un temporale elettrico su Monzuno, colto nel momento in cui un fulmine squarcia il cielo notturno sopra il profilo scuro dell’Appennino. È una fotografia che nasce da una delle passioni più riconoscibili del fotografo: l’osservazione e la caccia ai temporali, quei fenomeni in cui luce, attesa e imprevedibilità si incontrano in pochi istanti irripetibili.
La scena è dominata dal contrasto tra il buio del paesaggio e l’esplosione luminosa del fulmine. In basso, le colline e il paese restano quasi in silhouette, punteggiati da piccole luci artificiali che rivelano la presenza umana. Sopra, invece, il cielo diventa protagonista assoluto: nuvole dense, masse scure, vapori illuminati dall’interno e una scarica elettrica che disegna una linea verticale, nervosa, viva.
Il fulmine non illumina semplicemente la scena: la scolpisce. Per una frazione di secondo, il temporale rivela la propria architettura nascosta, fatta di profondità, correnti, volumi e tensione. La luce violacea che si diffonde tra le nuvole restituisce tutta la potenza dell’evento, ma anche la sua bellezza fragile: un’apparizione che dura pochissimo e che può essere fotografata solo con pazienza, conoscenza del meteo e una buona dose di ostinazione.
Il mese di agosto viene qui raccontato nel suo lato più intenso. Non solo caldo, giornate lunghe e cieli sereni, ma anche temporali improvvisi, energia accumulata, aria che cambia e notti in cui l’Appennino si accende come un teatro naturale. È l’estate nella sua forma più elettrica, quando il cielo smette di fare da sfondo e prende il comando della scena.
Lo scatto è stato realizzato con Nikon D850 e obiettivo Nikkor 24-70mm, una scelta adatta a includere sia il paesaggio sia l’ampia struttura del temporale. La focale permette di dare respiro alla composizione, mantenendo visibili il profilo di Monzuno, le luci del paese e l’enorme massa atmosferica attraversata dalla scarica.
Luogo: Monzuno
Soggetto: Fulmine durante temporale elettrico
Ambiente: Paesaggio appenninico notturno
Mese rappresentato: Agosto
Attrezzatura: Nikon D850 con Nikkor 24-70mm
Atmosfera: Temporale, notte, energia, luce improvvisa
Nota personale: I fulmini sono una delle passioni fotografiche ricorrenti dell’autore
Lo scatto di Settembre è stato realizzato a Covigliaio, nel comune di Firenzuola, durante una giornata di pioggia. Il protagonista è un giovane cervo maschio, un fusone, riconoscibile dai palchi ancora semplici e non ramificati, tipici degli individui giovani.
La scena racconta un incontro sospeso nel bosco. Il cervo è fermo tra la vegetazione, con il corpo parzialmente incorniciato da rami, tronchi e foglie bagnate. Non appare in fuga, né completamente tranquillo: è in quella zona intermedia, bellissima e fragile, in cui la curiosità supera per un momento la diffidenza. Guarda verso il fotografo, cercando forse di capire che cosa sia quella presenza immobile davanti a lui: un essere strano, silenzioso, che al posto della faccia sembra avere una grande macchia tonda e scura, quasi un enorme occhio nero.
Questo dettaglio rende l’immagine particolarmente viva. Non è solo un ritratto naturalistico, ma un piccolo scambio di sguardi tra due mondi: da una parte il giovane cervo, abitante del bosco; dall’altra il fotografo, nascosto dietro il teleobiettivo, osservatore rispettoso ma inevitabilmente misterioso agli occhi dell’animale.
La pioggia aggiunge atmosfera e materia alla fotografia. Il mantello del cervo appare umido, più scuro e compatto, mentre il bosco intorno acquista una morbidezza particolare. Il verde delle foglie, i toni bruni dei tronchi e la luce diffusa creano una scena intima, lontana dalla brillantezza estiva. Settembre, qui, non è ancora autunno pieno, ma già porta con sé un cambio di respiro: aria più fresca, bosco più silenzioso, colori più profondi.
Realizzata con Nikon Z8 e obiettivo Tamron 150-600mm, la fotografia sfrutta la lunga focale per mantenere una distanza rispettosa dal soggetto, senza interferire con il suo comportamento. Il teleobiettivo permette di isolare il cervo all’interno della vegetazione e di valorizzare lo sguardo diretto, che diventa il punto magnetico dell’intera immagine.
Luogo: Covigliaio, Firenzuola
Soggetto: Giovane cervo maschio, fusone
Ambiente: Bosco appenninico
Condizioni meteo: Pioggia
Mese rappresentato: Settembre
Attrezzatura: Nikon Z8 con Tamron 150-600mm
Atmosfera: Incontro ravvicinato, curiosità, bosco umido, fauna selvatica
Lo scatto di Ottobre ritrae Loiano al crepuscolo, avvolta dalla nebbia e dalle prime luci artificiali della sera. Il paese emerge dal buio, disteso sulle colline dell’Appennino bolognese, mentre intorno il paesaggio sembra lentamente scomparire dentro un velo lattiginoso.
La fotografia gioca sul contrasto tra due mondi: in alto, il cielo profondo del crepuscolo, ancora attraversato da leggere sfumature blu; in basso, il paese illuminato, caldo e vivo, circondato dal profilo scuro dei boschi. La nebbia non nasconde soltanto: separa, ammorbidisce, crea distanza. Avvolge le vallate e trasforma Loiano in una piccola isola luminosa sospesa tra notte e Appennino.
Le luci del paese diventano il cuore visivo dell’immagine. Non sono solo punti luminosi, ma tracce di presenza umana dentro un paesaggio vasto e silenzioso. Case, strade e lampioni disegnano una linea calda che attraversa la collina, mentre il resto della scena rimane immerso in tonalità fredde e profonde. È proprio questo equilibrio tra luce calda e atmosfera blu a dare allo scatto il suo carattere intimo e contemplativo.
Il mese di Ottobre è raccontato attraverso una delle sue atmosfere più tipiche: l’aria più fresca, l’umidità che sale dalle valli, il giorno che si accorcia e il paesaggio che cambia ritmo. Non c’è spettacolarità urlata, ma una bellezza quieta, quasi domestica. È l’Appennino visto nell’ora in cui non appartiene più del tutto al giorno, ma non è ancora completamente notte.
Realizzata con Nikon Z8 e obiettivo Tamron 70-200mm, la fotografia sfrutta una focale medio-tele per comprimere leggermente i piani e dare risalto al paese dentro il paesaggio. Questo permette di mantenere la leggibilità di Loiano e, allo stesso tempo, valorizzare la presenza della nebbia e delle colline circostanti.
Luogo: Loiano
Soggetto: Paese al crepuscolo
Ambiente: Appennino bolognese, colline, boschi e nebbia
Mese rappresentato: Ottobre
Condizioni: Crepuscolo, nebbia nelle vallate
Attrezzatura: Nikon Z8 con Tamron 70-200mm
Atmosfera: Autunno, luci serali, silenzio, paesaggio sospeso
Lo scatto di Novembre racconta uno dei meravigliosi tramonti dell’Appennino a Monghidoro, in una di quelle sere in cui il cielo sembra restituire tutta la luce trattenuta durante una giornata fredda e piovosa. Dopo il passaggio del maltempo, le nuvole si aprono e il tramonto esplode in una gamma intensa di rossi, aranci, gialli e viola, trasformando l’orizzonte in una grande tela di fuoco.
In primo piano, il profilo scuro degli alberi spogli incornicia la scena e restituisce pienamente l’atmosfera di novembre. I rami nudi disegnano una trama sottile contro il cielo, quasi un ricamo naturale, mentre il campanile della chiesa di Monghidoro emerge in silhouette sulla sinistra. Attraverso le aperture del campanile si scorgono i toni caldi del tramonto, come se la luce attraversasse la pietra e accendesse per un istante anche l’architettura.
La fotografia vive proprio di questo contrasto: da una parte la materia scura del paese, degli alberi e delle montagne in lontananza; dall’altra il cielo, vibrante e acceso, protagonista assoluto dell’immagine. Il paesaggio appenninico diventa quasi teatrale, ma senza perdere autenticità. È una scena reale, di quelle che durano pochi minuti e che bisogna saper riconoscere prima che svaniscano.
Il mese di Novembre viene raccontato nella sua doppia natura: freddo, pioggia, giornate corte, ma anche improvvise accensioni di bellezza. Dopo il grigio e l’umidità, il cielo può aprirsi in modo spettacolare, regalando tramonti profondi e drammatici. In questa immagine, Monghidoro diventa il punto d’incontro tra il silenzio della sera e l’ultimo bagliore del giorno.
Realizzata con Nikon D750 e obiettivo Tamron 15-30mm, la fotografia sfrutta il grandangolo per includere il campanile, gli alberi e l’ampiezza del cielo. Questa scelta permette di dare respiro alla scena e di valorizzare la dimensione atmosferica del tramonto, mantenendo forte la presenza del paesaggio e del borgo.
Luogo: Monghidoro
Soggetto: Tramonto appenninico con campanile della chiesa
Ambiente: Appennino bolognese, alberi spogli, profilo delle montagne
Mese rappresentato: Novembre
Condizioni: Fine di una fredda giornata di pioggia
Attrezzatura: Nikon D750 con Tamron 15-30mm
Atmosfera: Tramonto infuocato, silhouette, luce dopo il maltempo
Lo scatto di Dicembre è stato realizzato al Poggiolone di Loiano, durante una giornata fredda, in uno di quei momenti in cui l’inverno sembra togliere colore a tutto, finché un piccolo raggio di luce decide di fare il suo ingresso in scena.
Il protagonista è un pettirosso, posato su un ramo consumato dal tempo e molto frequentato dagli uccelli. Un ramo che, per me, è diventato anche un piccolo punto fortunato: una sorta di palcoscenico naturale dove la fauna appenninica si lascia osservare per brevi istanti. In questa immagine il pettirosso sembra fermarsi proprio lì, nel posto giusto, mentre la luce lo raggiunge con delicatezza.
La fotografia vive tutta nell’equilibrio tra freddo e calore. L’atmosfera è invernale, chiara, quasi lattiginosa, ma il petto arancione del pettirosso accende la scena con una nota morbida e familiare. Lo sfondo sfocato e luminoso isola il soggetto, mentre il ramo attraversa l’immagine come una linea semplice e naturale, dando stabilità alla composizione.
Il pettirosso, con la sua presenza minuta e il suo atteggiamento vigile, è uno dei simboli più immediati dell’inverno. Non ha bisogno di grandi gesti: basta il suo colore, il suo sguardo attento, la sua apparente fragilità. In realtà, dentro quella piccola forma tondeggiante c’è tutta la resistenza degli animali che abitano l’Appennino anche nei mesi più freddi.
Lo scatto è stato realizzato con Nikon Z8 e obiettivo Tamron 150-600mm, una combinazione ideale per mantenere una distanza rispettosa dal soggetto e cogliere il dettaglio senza disturbare. Il teleobiettivo ha permesso di isolare il pettirosso dal contesto e valorizzare il momento esatto in cui la luce ha trasformato una scena semplice in un piccolo ritratto d’inverno.
Questa fotografia chiude idealmente il calendario con un’immagine intima e luminosa: dicembre non viene raccontato attraverso la neve o il paesaggio ampio, ma attraverso una presenza discreta, posata su un ramo fortunato, illuminata per pochi secondi dal raggio giusto.
Luogo: Poggiolone di Loiano
Soggetto: Pettirosso
Ambiente: Ramo frequentato dagli uccelli, contesto appenninico
Mese rappresentato: Dicembre
Condizioni: Giornata fredda, piccolo raggio di luce
Attrezzatura: Nikon Z8 con Tamron 150-600mm
Atmosfera: Inverno, luce morbida, intimità, fauna selvatica